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TELE… DICO | Netflix, l’operazione #SanPa tra luci e ombre: siamo noi Vincenzo Muccioli?

Allora come oggi, il focus di SanPa non è sulla comunità, ma su Vincenzo Muccioli. E forse è proprio lì l’errore più grande: l’identificazione della comunità con Muccioli… Ne parliamo nel nuovo appuntamento di “Tele… Dico”

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EDITORIALE

Uno, nessuno, centomila. Oggi è Vincenzo Muccioli. Domani chissà. Di casi che si prestano a operazioni come SanPa ce ne sono a iosa in Italia. E, a quanto pare, per riuscire a fare parlare di sé non serve neanche tanto impegno. Basta risvegliare vecchi fantasmi. Sollevare polveroni che il tempo ha ormai confinato nel dimenticatoio.

Che alla fine l’inchiesta non abbia portato a niente di nuovo, poco importa. Non è la ricerca della verità. Non è il fatto in sé. È la persona, il personaggio. Il suo carisma: mille volti che nell’immaginario collettivo finiscono per anteporsi alle vicende che lo riguardano. Ai reati di cui è accusato.

Di quante vittime non abbiamo più memoria, mentre nelle nostre menti risuonano ancora i nomi di chi è stato indagato per la loro morte. Di chi ha confessato. E di chi invece si è sempre proclamato innocente. Di chi invece si è speso in più versioni, anche contradditorie, giocando con la verità. Sulla verità.

Perché di verità non ce n’è mai una. Ne esistono almeno tre. La verità dei fatti, spesso trascurata. La verità processuale. E la verità mediatica. Quella che porta spesso a dividerci tra innocentisti e colpevolisti. Senza possibilità di sfumature.

Un gioco, come anche SanPa dice, che non ha età. Che oltrepassa il tempo. Un gioco fine a se stesso: arrivare alla verità dei fatti è qualcosa che importa davvero a pochi. In Tribunale ognuno fa il suo, di gioco. E instillare dubbi, scatenare nuove ipotesi è ciò che alimenta la verità mediatica. In modo, anche qui, che ognuno abbia la sua.

È quello che fa anche SanPa. Non tanto prendere una posizione contro Muccioli, quanto piuttosto soffiare sulla cenere perché il fuoco torni a bruciare. Senza scovare né aggiungere alcunché di nuovo. E riportando in primo piano Vincenzo Muccioli. Il magnetismo innato. Il fascino del bene che si fonde con il male. I misteri che incarna nella sua ambiguità.

Non è la storia di una comunità. Non è il quadro di una realtà e di giovani Signor Nessuno, che la società ripudiava e lo Stato fingeva di non vedere, salvo poi fare passerelle non appena si facevano largo narrazioni intrise di “recupero”, di “riscatto”.

Che ne è oggi di quella realtà senza cui San Patrignano non avrebbe mai avuto ragione d’esistere? Quale oggi il comportamento delle istituzioni nei confronti della droga e di quei “tossici da copertina” di cui racconta la serie? Quante San Patrignano ci sono che noi tuttora non conosciamo, dove i metodi che a Muccioli costarono anni di gogna mediatica erano all’ordine del giorno? E oggi?

Qualcosa c’è ma resta tutto comunque in superficie. Perché il focus, allora come oggi, non è sulla comunità ma su Muccioli. E forse è proprio lì l’errore più grande: l’identificazione della comunità con Muccioli. Il “Muccioli da copertina” con i suoi ideali, il fare caritatevole. Che si compiaceva nell’ascoltare quelli che considerava suoi “figli” parlare pubblicamente di quell’omone grande e grosso, l’unico in grado di restituirgli un sogno, un orizzonte. La prospettiva di una nuova vita. Qualcuno capace ancora di credere in loro, mentre il resto del mondo se ne stava in disparte a guardarne il viaggio verso la morte.

E poi c’è il Muccioli oscuro, quello delle intercettazioni e dei “so ma non so”. Quello disposto a tutto, persino a coprire un omicidio, pur di proteggere la sua blindatissima comunità e i giovani che ne facevano parte. Il Muccioli incapace di rinunciare alla sua fama di benefattore. Incapace di ammettere che qualcosa avrebbe potuto sfuggirgli di mano. Il Muccioli degli interessi nascosti, dei numeri “gonfiati”. Degli acquisti all’estero (e non solo di cavalli). Dei viaggi con i contanti nascosti in auto.

Mille volti, i suoi, che ancora oggi riescono a far discutere chi lo conosceva e chi invece ne ha sentito parlare la prima volta davanti a Netflix. Da un lato la caduta degli dei e il fascino che storicamente esercita sull’opinione pubblica. Il successo che si trasforma in fallimento. La popolarità che di improvviso ti si ritorce contro. Dall’altro il mito della tifoseria che tanto ci appassiona.

Innocentisti, colpevolisti. Mille volti, mille assoluzioni, mille condanne. O con lui o contro di lui. Per Muccioli come, ad esempio, è stato per Pantani. Finendo per perdere di vista l’essenza della questione, i fatti nella loro sostanza. E allontanare la verità.

Attraverso San Patrignano e senza rinunciare alla parabola del suo patron si sarebbe potuto indagare anche quanto sia stata lungimirante la visione di Muccioli. Cosa resta oggi della sua idea, della battaglia contro la droga. Se e quanto le istituzioni hanno imparato dall’esperienza di San Patrignano. Piuttosto che provare a dire qualcosa di nuovo, si è forse preferito percorrere la via più facile: accrescere (prima) e distruggere (poi) il mito di Muccioli riesumando vecchi fantasmi.

Il mito, non l’uomo. Tanto nel mondo di tifoserie che oggi trae ancor più forza dai social basta questo a fare rumore: portare gli scandali di ieri nell’oggi e darli in pasto ai leoni da tastiera. Il passato a servizio del presente, senza però sforzarsi di sfruttare il presente per leggere e comprendere meglio il passato. Sicuri di non aver perso in parte un’occasione?

 

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